Il mio “Ciao Madiba”

Sono passati tanti anni ma lo ricordo bene come fosse ieri. Una giornata come un’altra, l’orario di uscita dell’agenzia di viaggi dove lavoravo era più o meno lo stesso ed era una bella giornata. Il quartiere era di quelli residenziali, di quelli che hanno il custode all’ingresso che ti augura il buongiorno.
Tante ville, blasonate, private e di rappresentanza tirate bene a lucido per accogliere imprenditori, principi, contesse, consoli e politici.

L’Ambasciata dello Zimbabwe era di fianco a noi e, nell’uscire dal cancello della nostra agenzia, non era raro vedere auto importanti andare e venire. Macchine scortate, a volte blindate con i colori dell’Africa sventolare fieri sulle bandierine del cofano.

Quel giorno, come ogni volta, cercai curiosa fra quelle persone impettite, un volto noto. Erano lì fuori a salutarsi, a fare strani inchini alternati dalle più internazionali strette di mani. Un gioco dettato dalla mia curiosità spesso insoddisfatta perché non è che io, ancora oggi, ne sappia molto sulla politica dello Zimbabwe! Ma quel giorno… ah quel giorno, benedico la mia curiosità che me lo fece scorgere fra tanti suoi simili.

Feci quasi un sussulto, l’adrenalina salì ed il cuore fu felice in un istante.

Lasciai la macchina accesa, non c’era nessuno nella vietta alberata, scesi piano piano ed ancor più timidamente mi avvicinai all’importante gruppetto di potenti uomini. Un grosso signore dall’aria tutt’altro che generosa mi fermò.  La scena catturò la sua attenzione. I nostri sguardi si incrociarono e lui capì che volevo solo unirmi a quelle strette di mano. Gli fece cenno di lasciarmi andare, mi avvicinai animata da un eccitante imbarazzo, le nostre mani si strinserò.

Il mio “Ciao Madiba” fu quasi un sussurro.

Dall’onore che trasmisi in quella stretta di mano comprese che conoscevo la sua storia e non servirono altre parole, c’era la mia grande emozione ed il suo delicato  sorriso.

Le nostre mani lentamente si lasciarono, il grosso uomo piegò la testa, io guardai verso il gruppetto comprensivo di quella veloce interruzione. Con un grosso sospiro provai a rubare un po’ della sua anima, tornai alla macchina, chiusi lo sportello e piano piano, come mi fermai, me ne andai per la mia strada.

Quel giorno non ha cambiato la mia vita ma quel giorno ho stretto la mano alla storia, a Nelson Mandela.

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Alle mie spalle Robben Island dove Nelson Mandela, prigioniero N°46664 venne rinchiuso in una cella d’isolamento dove passò 18 dei 27 anni di detenzione ai quali lo sottopose il regime dell’apartheid.